Dopo un’attesa molto emozionante sono arrivati i risultati delle primarie del centro sinistra. Ancora più interessante del risultato, per me, è stato osservare attraverso la vetrina di Facebook e altri servizi di social internet, i commenti e le posizioni dei miei amici e di altri utenti del web che si descrivono come appartenenti al “centrosinistra”. Ho persino potuto discutere a lungo le motivazioni di alcune persone che non hanno votato Renzi, spesso che hanno ammesso di votare contro Renzi. La cosa che mi ha colpito, sin dall’inizio, è la sensazione chi non abbia votato per Renzi non l’abbia fatto perché non ne condividesse il programma. In più di una occasione, ho sentito ammettere, e ho letto su internet, affermazioni di questo tipo
io con molte cose del suo programma sarei anche d’accordo ma Renzi proprio non riesco a votarlo
….
è antipatico
…
è freddo, costruito a tavolino
…
mi sembra falso
…
è una persona sospetta, non riesco a fidarmi che porterà avanti quanto promette
…
mi dà l’impressione di essere un arrivista e di pensare solo al proprio interesse o al proprio potere
…
è vuoto, un populista esattamente come Berlusconi direbbe qualsiasi cosa pur di farsi eleggere [NB è Vendola che ha promesso di levare l’IMU sulla prima casa, non Renzi!]
…
non è di sinistra, [e, di fronte all’obiezione, se
le politiche portate avanti attualmente dal PD di
Bersani siano di sinistra] non è neppure di centro sinistra
La cosa strana è che di fronte alla richiesta di citare esempi, nessuno dei miei amici è riuscito a fornirne di convincenti.
Mi sono sforzato di capire un po’ meglio il fenomeno, e questo è quanto sono venuto a capo:
La peculiarità di Renzi, che è il problema (o pregio, a seconda del punto di vista), cioè la ragione che spiega questi atteggiamenti delle persone che non lo votano è la totale concretezza della sua concezione della comunicazione politica. Per “totale concretezza” intendo l’assenza completa nella sua comunicazione di quelle tracce identitarie che permettono la classificazione di Renzi come membro di una specifica tribù, in questo caso la “tribù” della sinistra.
Ho utilizzato il termine “tribù” non a caso, e neppure in senso dispregiativo. L’ho fatto perché intendo fare riferimento alle teorie esposte dallo psicologo sociale Jonathan Haidt sullo sviluppo del nostro senso morale e delle implicazioni che questo ha per la politica. Un esempio interessante lo trovate qui nel capitolo introduttivo del suo libro The Righteous Mind Haidt sostiene ad esempio che
“Our righteous minds made it possible for human beings—but no other animals—to produce large cooperative groups, tribes, and nations without the glue of kinship. But at the same time, our righteous minds guarantee that our cooperative groups will always be cursed by moralistic strife.”
Ovvero la nostra mente moralistica è ciò che ha reso possibile agli esseri umani di formare gruppi cooperativi, tribù e nazioni in assenza di parentela. Ciò che Haidt considera “mente moralistica” non è la mente morale, intesa come astratto giudice di diritti, giustizia e danni agli interessi altrui. Al contrario, la mente moralistica produce una forte tendenza a proteggere i valori sacri di un gruppo. In questo talk, Haidt sostiene che questo sia necessario, dato che, in una prospettiva evolutiva, noi siamo l’unica comunità “ultra-sociale”, capace di vivere in grandi gruppi non geneticamente imparentati. Come ci riusciamo? Grazie alla morale e/o alla religione, che producono oggetti (o principi) che sono centri possibili di devozione per una comunità/gruppo. In conclusione, è quasi inevitabile che la moralità che unisce sia anche una moralità che rende ciechi (“morality not only binds, it blinds) e specialmente intolleranti o almeno sospettosi verso coloro che non esibiscono apertamente determinati simboli di appartenenza.
Torniamo ora a Renzi. La strategia comunicativa di Renzi, mi pare, consiste in questo: egli nega la strategia comunicativa classica dell’oratore di sinistra e centro-sinistra, che, fra una proposta di economia politica e una riflessione sui diritti, fa scivolare, fra una parola e l’altra, qualche parola chiave, la cui unica funzione è quella rimandare a una comunità condivisa. Queste parole, in sostanza, non aggiungono un’acca al contenuto della proposta politica. Funzionano né più né meno come i segni sulle divise dei college, le bandiere, o i simboli delle squadre di calcio. Lanciano un messaggio molto semplice: “io sono uno dei vostri”. La peculiarità della comunicazione di Renzi è di non fare alcun uso di richiami di questo tipo. Epurando i suoi discorsi da qualsiasi riferimento retorico all’ambito valoriale della sinistra, Renzi rende la sua proposta accessibile alle grandi masse orfane del centro destra.
Non vi è chiaramente nulla di casuale in questa strategia di comunicazione. Sappiamo tutti che Renzi è seguito da chi di comunicazione se ne intende, e parecchio. Ma la strategia comporta costi e benefici. Se da un lato la comunicazione Renziana è fatta in modo da non spaventare l’elettore “orfano” del centro destra (né tantomeno l’elettore casuale del centro-sinistra, quello privo di legami a una storia o cultura condivisa), la totale assenza di simbolismo rituale lo fa apparire freddo, artificiale (“un impostore”, addirittura) ai membri di quella che ufficialmente è la sua “tribù” (apparentemente quella di sinistra è l’unica grande tribù post-novecentesca rimasta, ad eccezione del fascismo e post-fascismo che fortunatamente sono minoritarii). In altre parole, Renzi si priva del tutto volontariamente di quel vantaggio (in termini di potere aggregante del messaggio) che deriva dalla capacità di unire le persone facendo appello a un richiamo spesso più forte della razionalità, qualcosa che parte dall’amigdala, qualcosa che è capace di suscitare emozioni scuotendo le folle.
Come è stato detto, si tratta di qualcosa di studiato, di una strategia che Renzi mette a disposizione del centro-sinistra tutto. La strategia consiste nell’utilizzare un linguaggio neutrale sotto il profilo tribale, allo scopo di permettere a persone di una tribù diversa, di convergere sulla base di proposte programmatiche massimamente condivisibili con quelle che stanno a cuore alla tribù di centrosinistra, e quindi potenzialmente maggioritarie.
Per chi, come il sottoscritto, ha una visione squisitamente razionalistica della morale e della politica, il tentativo di Renzi può solo suscitare ammirazione, quantomeno sul piano metodologico. Infatti vedo in essa un tentativo di ricondurre la politica alla sua parte più nobile, che, a mio avviso, consiste nella capacità di esercitare un pensiero oggettivo, concreto e imparziale. Per chi, come me, da tempo ha abbandonato ogni tribù, e vive orgogliosamente la propria individualità di soggetto post-ideologico e privo di forti legami con qualsiasi gruppo ideale, non è difficile scegliere una proposta politica veicolata attraverso uno strumento di questo tipo.
Se le teorie di Haidt sono corrette, tuttavia, è molto difficile che il tentativo Renziano abbia successo sulla popolazione in generale, per quanto io possa auspicare che si arriverà prima o poi a concepire la politica esattamente in questo modo. L’ideale (o almeno il mio ideale) di una considerazione fredda e asettica della politica come mero strumento al servizio di un’idea, può essere attuata da parte di agenti consapevoli dei propri ideali morali e delle loro implicazioni pratiche, e disposti a promuovere qualsiasi tentativo, anche il più Machiavellico, che possa aumentare le probabilità di realizzare qualcosa che si avvicini ai propri valori (che, nel mio caso, consistono nel migliorare la condizione di chi sta peggio e garantire equità nelle competizioni tra concezioni diverse della vita e del bene). Presuppone un distacco enorme tra quelle emozioni che controllano il nostro rapporto con i nostri ideali – e il loro ruolo nel definire la nostra identità – e le emozioni che controllano il nostro rapporto con altri individui in un gruppo. Per qualche motivo legato alla mia storia personale, io sono capace di un distacco di qualche tipo. Ma sono consapevole che la maggiorparte delle altre persone sono diverse, cioè vivono le emozioni legate al piano morale/politico e quelle legate alla propria socialità concreta in modo praticamente inseparabile.
Per la gran parte delle persone normali, è essenziale per poter provare fiducia in un leader, percepire quei messaggi che definiscono l’appartenenza allo stesso gruppo. Se Renzi non accetta di mandare tali segnali (non accetterà, perché non può contraddire ora l’essenza della sua strategia comunicativa), egli potrà sì avvicinare alla politica chi fa parte di altre tribù, ma avrà enormi difficoltà a competere per la leadership della propria tribù.
Se Haidt ha ragione, questo accade in virtù di processi che hanno avuto un ruolo fondamentale nella nostra storia evolutiva. Per questo la politica di Renzi, cioè il suo tentativo di creare un’aggregazione politica solo sulla base di una convergenza su un programma e di alcune finalità politiche correlate, come la sostituzione del vecchio apparato di potere della sinistra (ovvero quella che ho chiamato la sua “concretezza totale”) è una proposta politica non solo post-partitica o post-ideologica, ma praticamente post-umana, nel senso che si pone al di là della natura umana come la conosciamo.
Penso che questa analisi sia condivisibile a prescindere dalla propria posizione a riguardo. Personalmente, la proposta di una politica post-umana mi piace e spero davvero che possa funzionare, anche se lo ritengo improbabile. Essa si sposa alla perfezione con la mia aspirazione per una politica concreta, capace di massimizzare l’utilità o una qualche funzione che rappresenti il bene collettivo. Affinché ciò sia possibile, ritengo che sia necessario convergere su politiche che rendano felice più di una fazione (o tribù) fra quelle che compongono la nostra società, che siano quindi soddisfacenti dal punto di vista di visioni del mondo distanti fra loro. In altre parole, sono favorevole all’evoluzione post-umana della comunicazione politica non (o non solo) per il mio culto della razionalità (che dipende forse dal modo in cui sono stato cresciuto), ma perché più idonea a rendere possibile il liberalismo, cioè la convivenza felice di diverse concezioni della vita all’interno di una cornice di istituzioni accettabili da tutti. Quindi non posso fare altro che applaudire il tentativo di Renzi di fare politica senza fare appello a codici identitari. Ma penso che questo spieghi anche perché sia così difficile smuovere anche un solo voto a favore di Renzi da parte di molte persone con le quali condivido gran parte delle idee su come dovrebbe essere la società, e temo che tale ardito tentativo non avrà successo, almeno in questo momento e con questa generazione di persone.

