Perché la politica di Renzi è post-umana

Dopo un’attesa molto emozionante sono arrivati i risultati delle primarie del centro sinistra. Ancora più interessante del risultato, per me, è stato osservare attraverso la vetrina di Facebook e altri servizi di social internet, i commenti e le posizioni dei miei amici e di altri utenti del web che si descrivono come appartenenti al “centrosinistra”. Ho persino potuto discutere a lungo le motivazioni di alcune persone che non hanno votato Renzi, spesso che hanno ammesso di votare contro Renzi. La cosa che mi ha colpito, sin dall’inizio, è la sensazione chi non abbia votato per Renzi non l’abbia fatto perché non ne condividesse il programma. In più di una occasione, ho sentito ammettere, e ho letto su internet, affermazioni di questo tipo

io con molte cose del suo programma sarei anche d’accordo ma Renzi proprio non riesco a votarlo 

….

è antipatico

è freddo, costruito a tavolino

mi sembra falso

è una persona sospetta, non riesco a fidarmi che porterà avanti quanto promette 

mi dà l’impressione di essere un arrivista e di pensare solo al proprio interesse o al proprio potere

è vuoto, un populista esattamente come Berlusconi direbbe qualsiasi cosa pur di farsi eleggere [NB è Vendola che ha promesso di levare l’IMU sulla prima casa, non Renzi!]

non è di sinistra, [e, di fronte all’obiezione, se

le politiche portate avanti attualmente dal PD di

Bersani siano di sinistra] non è neppure di centro sinistra

La cosa strana è che di fronte alla richiesta di citare esempi, nessuno dei miei amici è riuscito a fornirne di convincenti.

Mi sono sforzato di capire un po’ meglio il fenomeno, e questo è quanto sono venuto a capo:

La peculiarità di Renzi, che è il problema (o pregio, a seconda del punto di vista), cioè la ragione che spiega questi atteggiamenti delle persone che non lo votano è la totale concretezza della sua concezione della comunicazione politica. Per “totale concretezza” intendo l’assenza completa nella sua comunicazione di quelle tracce identitarie che permettono la classificazione di Renzi come membro di una specifica tribù, in questo caso la “tribù” della sinistra.

Ho utilizzato il termine “tribù” non a caso, e neppure in senso dispregiativo. L’ho fatto perché intendo fare riferimento alle teorie esposte dallo psicologo sociale Jonathan Haidt sullo sviluppo del nostro senso morale e delle implicazioni che questo ha per la politica. Un esempio interessante lo trovate qui nel capitolo introduttivo del suo libro The Righteous Mind  Haidt sostiene ad esempio che 

“Our righteous minds made it possible for human beings—but no other animals—to produce large cooperative groups, tribes, and nations without the glue of kinship. But at the same time, our righteous minds guarantee that our cooperative groups will always be cursed by moralistic strife.”

 Ovvero la nostra mente moralistica è ciò che ha reso possibile agli esseri umani di formare gruppi cooperativi, tribù e nazioni in assenza di parentela. Ciò che Haidt considera “mente moralistica” non è la mente morale, intesa come astratto giudice di diritti, giustizia e danni agli interessi altrui. Al contrario, la mente moralistica produce una forte tendenza a proteggere i valori sacri di un gruppo. In questo talk, Haidt sostiene che questo sia necessario, dato che, in una prospettiva evolutiva, noi siamo l’unica comunità “ultra-sociale”, capace di vivere in grandi gruppi non geneticamente imparentati. Come ci riusciamo? Grazie alla morale e/o alla religione, che producono oggetti (o principi) che sono centri possibili di devozione per una comunità/gruppo. In conclusione, è quasi inevitabile che la moralità che unisce sia anche una moralità che rende ciechi (“morality not only binds, it blinds) e specialmente intolleranti o almeno sospettosi verso coloro che non esibiscono apertamente determinati simboli di appartenenza. 

Torniamo ora a Renzi. La strategia comunicativa di Renzi, mi pare, consiste in questo: egli nega la strategia comunicativa classica dell’oratore di sinistra e centro-sinistra, che, fra una proposta di economia politica e una riflessione sui diritti, fa scivolare, fra una parola e l’altra, qualche parola chiave, la cui unica funzione è quella rimandare a una comunità condivisa. Queste parole, in sostanza, non aggiungono un’acca al contenuto della proposta politica. Funzionano né più né meno come i segni sulle divise dei college, le bandiere, o i simboli delle squadre di calcio. Lanciano un messaggio molto semplice: “io sono uno dei vostri”. La peculiarità della comunicazione di Renzi è di non fare alcun uso di richiami di questo tipo. Epurando i suoi discorsi da qualsiasi riferimento retorico all’ambito valoriale della sinistra, Renzi rende la sua proposta accessibile alle grandi masse orfane del centro destra.

Non vi è chiaramente nulla di casuale in questa strategia di comunicazione. Sappiamo tutti che Renzi è seguito da chi di comunicazione se ne intende, e parecchio. Ma la strategia comporta costi e benefici. Se da un lato la comunicazione Renziana è fatta in modo da non spaventare  l’elettore “orfano” del centro destra (né tantomeno l’elettore casuale del centro-sinistra, quello privo di legami a una storia o cultura condivisa), la totale assenza di simbolismo rituale lo fa apparire freddo, artificiale (“un impostore”, addirittura) ai membri di quella che ufficialmente è la sua “tribù” (apparentemente quella di sinistra è l’unica grande tribù post-novecentesca rimasta, ad eccezione del fascismo e post-fascismo che fortunatamente sono minoritarii). In altre parole, Renzi si priva del tutto volontariamente di quel vantaggio (in termini di potere aggregante del messaggio) che deriva dalla capacità di unire le persone facendo appello a un richiamo spesso più forte della razionalità, qualcosa che parte dall’amigdala, qualcosa che è capace di suscitare emozioni scuotendo le folle. 

Come è stato detto, si tratta di qualcosa di studiato, di una strategia che Renzi mette a disposizione del centro-sinistra tutto. La strategia consiste nell’utilizzare un linguaggio neutrale sotto il profilo tribale, allo scopo di permettere a persone di una tribù diversa, di convergere sulla base di proposte programmatiche massimamente condivisibili con quelle che stanno a cuore alla tribù di centrosinistra, e quindi potenzialmente maggioritarie.

Per chi, come il sottoscritto, ha una visione squisitamente razionalistica della morale e della politica, il tentativo di Renzi può solo suscitare ammirazione, quantomeno sul piano metodologico. Infatti vedo in essa un tentativo di ricondurre la politica alla sua parte più nobile, che, a mio avviso, consiste nella capacità di esercitare un pensiero oggettivo, concreto e imparziale. Per chi, come me, da tempo ha abbandonato ogni tribù, e vive orgogliosamente la propria individualità di soggetto post-ideologico e privo di forti legami con qualsiasi gruppo ideale, non è difficile scegliere una proposta politica veicolata attraverso uno strumento di questo tipo. 

Se le teorie di Haidt sono corrette, tuttavia, è molto difficile che il tentativo Renziano abbia successo sulla popolazione in generale, per quanto io possa auspicare che si arriverà prima o poi a concepire la politica esattamente in questo modo. L’ideale (o almeno il mio ideale) di una considerazione fredda e asettica della politica come mero strumento al servizio di un’idea, può essere attuata da parte di agenti consapevoli dei propri ideali morali e delle loro implicazioni pratiche, e disposti a promuovere qualsiasi tentativo, anche il più Machiavellico, che possa aumentare le probabilità di realizzare qualcosa che si avvicini ai propri valori (che, nel mio caso, consistono nel migliorare la condizione di chi sta peggio e garantire equità nelle competizioni tra concezioni diverse della vita e del bene). Presuppone un distacco enorme tra quelle emozioni che controllano il nostro rapporto con i nostri ideali –  e il loro ruolo nel definire la nostra identità – e le emozioni che controllano il nostro rapporto con altri individui in un gruppo. Per qualche motivo legato alla mia storia personale, io sono capace di un distacco di qualche tipo. Ma sono consapevole che la maggiorparte delle altre persone sono diverse, cioè vivono le emozioni legate al piano morale/politico e quelle legate alla propria socialità concreta in modo praticamente inseparabile. 

Per  la gran parte delle persone normali, è essenziale per poter provare fiducia in un leader, percepire quei messaggi che definiscono l’appartenenza allo stesso gruppo. Se Renzi non accetta  di mandare tali segnali (non accetterà, perché non può contraddire ora l’essenza della sua strategia comunicativa), egli potrà sì avvicinare alla politica chi fa parte di altre tribù, ma avrà enormi difficoltà a competere per la leadership della propria tribù. 

Se Haidt ha ragione, questo accade in virtù di processi che hanno avuto un ruolo fondamentale nella nostra storia evolutiva. Per questo la politica di Renzi, cioè il suo tentativo di creare un’aggregazione politica solo sulla base di una convergenza su un programma e di alcune finalità politiche correlate, come la sostituzione del vecchio apparato di potere della sinistra (ovvero quella che ho chiamato la sua “concretezza totale”) è una proposta politica non solo post-partitica o post-ideologica, ma praticamente post-umana, nel senso che si pone al di là della natura umana come la conosciamo. 

Penso che questa analisi sia condivisibile a prescindere dalla propria posizione a riguardo. Personalmente, la proposta di una politica post-umana mi piace e spero davvero che possa funzionare, anche se lo ritengo improbabile. Essa si sposa alla perfezione con la mia aspirazione per una politica concreta, capace di massimizzare l’utilità o una qualche funzione che rappresenti il bene collettivo. Affinché ciò sia possibile, ritengo che sia necessario convergere su politiche che rendano felice più di una fazione (o tribù) fra quelle che compongono la nostra società, che siano quindi soddisfacenti dal punto di vista di visioni del mondo distanti fra loro. In altre parole, sono favorevole all’evoluzione post-umana della comunicazione politica non (o non solo) per il mio culto della razionalità (che dipende forse dal modo in cui sono stato cresciuto), ma perché più idonea a rendere possibile il liberalismo, cioè la convivenza felice di diverse concezioni della vita all’interno di una cornice di istituzioni accettabili da tutti. Quindi non posso fare altro che applaudire il tentativo di Renzi di fare politica senza fare appello a codici identitari. Ma penso che questo spieghi anche perché sia così difficile smuovere anche un solo voto a favore di Renzi da parte di molte persone con le quali condivido gran parte delle idee su come dovrebbe essere la società, e temo che tale ardito tentativo non avrà successo, almeno in questo momento e con questa generazione di persone. 

Published in: on 26 novembre 2012 at 2:41 AM  Comments (1)  

Caso Ruby: l’altra faccia della medaglia.

Chiediamo le dimissioni di Berlusconi. Giusto. Ma anche se il nostro desiderio venisse finalmente soddisfatto, non ci sarebbe niente da festeggiare. E’ tanto vero che Berlusconi dovrebbe dimettersi, quanto è vero che tra tutte le buone ragioni per dimettersi (una per tutte, le implicazioni del caso Mills), questa è decisamente la meno importante. Ragionamici un po’ su con freddezza e obiettività: cosa ha fatto Berlusconi di tanto grave nel caso Ruby?

1. Ha commesso un reato, quello di concussione.

Su questo mi pare non ci siano dubbi, visto che le sue pressioni per far liberare Ruby (con tanto di balla annessa) sono state registrate in diversi verbali di pubblici ufficiali. Valutiamo la gravità del fatto. Dal punto di vista deontologico, si tratta di un reato di una certa gravità che, tuttavia, non è certo poco comune tra i politici italiani. Scommetterei che nel 70% dei casi, a scavare attentamente nella carriera di un politico, troviamo un reato del genere. Deontologia a parte, ha forse prodotto conseguenze terribili? Non credo. Ha fatto in modo che una minore non finisse in comunità, certamente. Ma, seriamente, c’è qualcuno che pensa davvero che se Ruby ci fosse andata, un ragazza come quella, a pochi mesi dalla maggiore età, avrebbe potuto essere ricondotta per la “retta via”?

2.  Ha avuto rapporti sessuali con una minorenne.

Questo non è stato ancora provato, né emerge alcuna prova dalle intercettazioni di cui ho potuto leggere finora.

3. Ha coinvolto una minorenne in situazioni ad alto contenuto erotico, pagando per tali prestazioni.

Vero, ma a sua difesa il premier può sostenere di essere stato tenuto all’oscuro della vera età della ragazza. E le intercettazioni non permettono di stabilire se ciò sia vero oppure no. E se, per una volta, fosse sincero?

4. Ha coinvolto diverse ragazze maggiorenni e consenzienti, tra cui una minorenne creduta maggiorenne, in situazioni ad alto contenuto erotico, pagando per tali prestazioni.

Vero, ma, se così stanno le cose, non si tratta di un reato, ma soltanto di fatti che gettano una brutta luce sulla moralità privata del premier. Ancora una volta, bisogna tenere conto che tra persone altrettanto ricche e potenti, “vizi privati” di questo genere non devono essere così rari. Come sostengono i giornali di destra, chissà su quanti politici si sarebbero scoperte cose simili,  se controllati in maniera altrettanto attenta. Ancora una volta, non voglio certo sostenere che il suo comportamento sia stato esemplare. Dico solo che, tra questo e la corruzione di un giudice, ce ne corre.

Gli argomenti che ho utilizzato vengono usati dai giornali della destra per sostenere che Berlusconi non dovrebbe dimettersi. Io non sono d’accordo. Non lo sono nonostante sia anche convinto, come lo sono gli elettori di centro-destra, che la magistratura abbia riversato su Berlusconi maggiori attenzioni che su qualsiasi altro politico e mi renda pienamente conto del potere di condizionamento politico che questo comporta. Ritengo che Berlusconi si debba dimettere lo stesso (per il motivo no.6 spiegato in questo post). Ritengo che se c’è qualcosa di anomalo nel fatto che i magistrati in Italia possiedano l’enorme potere di condizionare la politica, la colpa non è della magistratura, né di un presunto sbilanciamento dei poteri nello schema Costituzionale, ma solo del livello medio tremendamente basso della moralità dei politici. Se i politici, di destra o di sinistra, non avessero niente da nascondere, i magistrati non potrebbero condizionare il risultato delle elezioni decidendo se inquisirli o meno, perché non avrebbero nulla di concreto a cui appigliarsi.

Ma allora, scrivo tutto questo per concludere cosa? Semplicemente, che ogni paese ha non solo il leader che si merita, ma anche la cacciata del leader che si merita (se a questo, come auguro, si arriverà). Non riesco a sentire alcuna rabbia o senso di vendetta per il comportamento di Berlusconi nel Ruby-gate. Non posso fare a meno di provare una grande pena per un uomo, che vedo vecchio, malato, triste, solo, cioè senza una donna e senza amici, circondato da ruffiani o da approfittatori del calibro di Mora e Fede. Un uomo costretto non tanto a pagare in maniera esplicita, ma a fare regali che equivalgono a pagamenti (con l’auto-inganno, però), per eccitarsi e godere, non solo sessualmente, ma anche della compagnia degli altri. Perseguitato dal suo passato e dai suoi successi, ma forse privo della stima e disinteressata di quelle persone a cui probabilmente teneva di più. Un uomo “bisognoso” delle cure di una cricca di squallide approfittatrici (per alcune delle quali, ma neppure tutte, si può provare pena). Un uomo economicamente e politicamente potentissimo, come nessuno in una paese democratico, eppure appeso ai capricci di una diciasettenne molto furba e scafata. Se ce ne sbazzeremo, come mi auguro, sarà per l’avventatezza di una tale diciasettenne, e per un sussulto di moralismo. Tra tutte le (buone) ragioni, quelle che ci restituiscono meno dignità.

Published in: on 19 gennaio 2011 at 5:16 PM  Lascia un commento  
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L’affaire Ruby-Berlusconi: un punto di vista liberale

1. L’affaire Ruby-Berlusconi. In breve, il Primo Ministro è accusato di essere l’ “utilizzatore finale” (con la celebre espressione del suo avvocato) dei servizi di una prostituta minorenne (che aveva 17 anni al momento dei fatti). Leggi qui ). Non mi interessa parlare, in questo contesto, del presunto reato di concussione collegato al presunto crimine in questione, e delle accuse di sfruttamento della prostituzione nei confronti di Lele Mora, Emilio Fede, o Nicole Minetti. I difensori di Berlusconi sostengono che non vi sia alcuna prova che la ragazza  in questione sia una prostituta e che Berlusconi abbia fatto sesso con lei. Anche ammettendo che Berlusconi non abbia commesso il reato in questione – perché non sono stati consumati rapporti sessuali veri e propri – a prescindere dagli aspetti legali del caso è possibile, anzi necessario e importante, esprimere un giudizio morale sul comportamento di Berlusconi. Il comportamento di Berlusconi ci dovrebbe interessare anche solo in quanto esempio di comportamento moralmente problematico – sul piano della moralità pubblica, non solo privata, da parte di un uomo (uomo, non semplice persona) e di un Ministro. È moralmente lecito, per un primo ministro di un paese come l’Italia supportare economicamente alcune ragazze, tra cui una diciassettenne (ma, supponiamo, creduta 24enne), a lui legate dal fatto di partecipare abitualmente alle sue cene e – parrebbe – allietare i dopocena con spettacolini piccanti?

2. Non è solo gossip. Il caso Ruby-gate fornisce a mio avviso un’ importante occasione di confronto su due dei temi più importanti dell’etica individuale e pubblica: la moralità sessuale e il ruolo della donna. Oggi più che mai, i costumi sessuali (ethos significa appunto costume) e le norme che li riguardano (di tipo morale, religioso e specialmente politico) sono tra gli aspetti più caratteristici e distintivi della cultura, della morale, e della politica di una società. Basti pensare alle significative differenze tra Italia, paesi del nord-europa e islamici, riguardo alla figura della donna e delle libertà sessuali e a quanto siamo essenziali tali differenze allo scopo definire l’identità e l’auto-comprensione delle culture in questione.

3. Le questioni morali in gioco. Anche se Berlusconi non avesse compiuto alcun reato, l’affaire dovrebbe essere discusso perché investe tutti i livelli moralmente pertinenti della vita sessuale di un cittadino e di una società (privato, ruolo dello stato e della politica, ruolo della donna): questo, insieme alle emozioni viscerali che suscita il dibattito politico nel nostro paese, rende assai difficile una valutazione razionale degli elementi in gioco. Ritengo che il paese si debba impegnare a una serie discussione sui temi investiti dall’affaire Berlusconi – ciascuno dovrebbe farlo con chiarezza, rigore e senza falsi moralismi, lasciando da parte, per una volta, valutazioni strategiche legate alla propria posizione politica. Infatti il caso riguarda diversi livelli

1)      moralità personale: è immorale lo scambio di prestazioni erotiche o sessuali tra adulti consenzienti in cambio di denaro?

2)      ruolo dello stato: è morale/giusto che lo stato intervenga per regolamentare transazioni economiche tra adulti consenzienti volte al soddisfacimento dei piaceri sessuali?

3)      sessualità e altri comportamenti: quali sono i confini tra sesso, divertimento, prestazione sessuale a pagamento?

4)      maturità e sessualità: a partire da che età è (moralmente, non legalmente) giusto considerare una persona come un “adulto consenziente” responsabile delle proprie scelte; a partire da che età diventa moralmente lecito, se mai lo diventa, l’utilizzo di una persona per il soddisfacimento del piacere sessuale di un altro?

5)      ruolo della donna: cosa cambia se colui che vende/compra è donna/uomo? Che relazione c’è tra le diseguaglianze sociali legate al genere e le norme di condotta individuali?

6)      ruolo del politico: cosa cambia se il soggetto in questione ricopre una carica politica importante?

4. La mia posizione. A mio avviso, nessuna delle domande da me elencate ammette di risposte semplici, rispetto alle quali non possa esistere un disaccordo ragionevole. Le mie posizioni sono le seguenti.

1)      Ritengo che gli scambi tra prestazioni sessuali e denaro tra adulti consenzienti non sarebbero moralmente ingiuste in una società in cui vi fossero autentiche eguali opportunità tra uomini e donne e tra persone di ceti diversi, in cui nessuno vivesse in stato di indigenza e potesse accedere a lavori più qualificanti. Altrimenti è sfruttamento dell’ingiustizia.

2)      No. Anche in una società in cui le opportunità tra i sessi non siano pari, lo stato non dovrebbe punire la mercificazione delle prestazioni sessuali, ma solo prevenire le situazioni di sfruttamento e/o degradanti persona che da ciò derivano. Vedi punto (5)

3)      Da tutti i punti di vista, sesso non è solo penetrazione. Dal punto di vista morale, non ha senso ritenere sbagliata (o viceversa lecita) la penetrazione ma non la “palpatina”, la “lap dance” o la creazione di situazioni ad alta carica erotica. Il giudizio morale dovrebbe dipendere sempre dal contesto: una penetrazione a pagamento a una persona non svantaggiata può essere più accettabile, sotto il profilo morale, di una palpatina a pagamento a una persona svantaggiata.

4)      Ritenere che ragazzi e ragazze di diciassette anni non siano mai pienamente responsabili della propria sessualità, equipararli in generale ad adolescenti più che ad adulti, è una sciocchezza, anche se dal punto di vista legale è necessario porre alcuni limiti per prevenire alcune situazioni di sfruttamento contro cui le persone più giovani sono più indifese (per vari motivi spesso diversi dalla maturità sessuale). La difesa del premier di Sgarbi sulle pagine del Giornale è, limitatamente a tale punto di vista, corretta. Ma da un altro punto di vista, è certamente squallido un rapporto con una persona di quell’età, che in una società sana avrebbe meno incentivi a utilizzare la propria sessualità per ottenere vantaggi economici e sessuali (vedi 5).

5)      Non è la stessa cosa se colui che compra le prestazioni sessuali è uomo e colei che le vende donna, o viceversa. Non è indifferente che determinati fatti avvengano in una società che nega alla donna opportunità eguali a quelle degli uomini. Ma non ritengo plausibile pensare che gli atti commessi in privato (come quelli dei quali è accusato Berlusconi) possano incidere su tale condizione (a differenza, ad esempio, della loro rappresentazione sui media).Le uniche scelte che possono veramente incidere sulla condizione della donna e quindi anche sul suo sfruttamento sessuale, anche nei contesti di prostituzione, sono quelle che incidono sulle pari opportunità. In primo luogo bisogna lottare contro la discriminazione sul posto del lavoro, che è collegata agli stereotipi di una cultura maschilista. Ovviamente meretricio e immagine culturale della donna sono collegati, ma il nesso causale va prevalentemente in una sola direzione – è lo stereotipo culturale unito alle diseguaglianze di opportunità che rende possibile lo sfruttamento sessuale nel contesto della prostituzione, non viceversa.

6)      Ritengo che un capo di stato abbia il dovere di non correre il rischio di dare scandalo, cioè di esibire comportamenti percepiti in evidente contrasto con i costumi prevalenti della società in cui vive, anche quando tali restrizioni della libertà siano non giustificabili dal punto di vista morale per la gran parte dei cittadini. Questo vale in particolare per il Primo Ministro, da cui dipende l’immagine internazionale di una nazione. E vale ancora di più se i suoi comportamenti sono percepiti come contrastanti con i costumi della gran parte delle società esistenti (ilibertari come me sono una minoranza in ogni cultura del mondo). Certo, questa norma di rispetto della moralità comune non vale quando lo scandalo è volto a shoccare, a mettere in discussione i costumi in questione (non è certo così nel caso in questione). E non vale se la moralità comunemente accettata comporta la violazione della dignità della persona (come nel caso dello schiavismo).  Inoltre un capo di partito è tenuto alla coerenza tra i valori difesi sul piano pubblico e quelli ostentati nella vita privata. Non è dunque irrilevante osservare, che, come scrive Il fatto quotidiano:

E’ stato proprio il governo Berlusconi tra il 2005 e il 2006 a far introdurre la norma che portava da 16 a 18 anni l’età del consensovalido per quanto riguarda i rapporti sessuali mercenari. Tra i parlamentari di sinistra nella commissione Giustizia – e in particolare da parte di Franco Grillini che allora era presidente onorario di Arcigay – ci furono varie perplessità in proposito.

Ma è anche rilevante – è un segno di ipocrisia o scarsa accortezza ideologica- che alcuni detrattori da sinistra supportino le proprie richieste di dimissioni (giuste) con una concezione della libertà sessuale che forse non è proprio coerente con gli ideali libertari propri della sinistra.

Published in: on 18 gennaio 2011 at 12:13 PM  Lascia un commento  
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Duole ammetterlo, ma baffetto aveva di nuovo ragione.

Non posso fare a meno di ammettere che Massimo Dalema, con tutta l’antipatia che provo per il personaggio, ancora una volta sembra essere quello capace di ragionare nel modo più lucido, quando afferma che per il PD sarebbe molto conveniente il passaggio a un sistema elettorale più ostile al bipolarismo di quello attuale. Quanto affermato da Dalema in un convegno di area in opposizione a Franceschini appare assai plausibile alla luce della possibilità sempre più concreta dell’uscita di Fini dal PdL. Che ritengo, indebolirà la sinistra in un sistema come quello attuale, mentre indebolirebbe (e molto) la destra in un sistema diverso. Infatti una legge come quella attuale (o come la legge elettorale inglese) premia la coesione interna di una forza politica anche in modo sproporzionato rispetto alla rappresentanza politica. E in termini di coesione interna, nessun grande partito può battere il PdL. Mentre l’entrata di Fini in una compagine di centro-sinistra annullerebbe la sua attrattiva verso gli elettori di destra (e quella di tale compagine nei confronti degli elettori di sinistra). Diverso il discorso per una coalizione tra due partiti “moderati” (Fini, Rutelli, etc. + UDC) e un partito di centro-sinistra, contrapposto a un partito di destra (PdL senza Fini) alleato alla Lega.  Non è il caso che Bersani si augura che Fini non esca dal PdL

Published in: on 19 aprile 2010 at 3:28 PM  Lascia un commento  
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Il miglior commento su quello che sta accadendo nel PdL…

…in un commento di un lettore del Giornale (di Vittorio Feltri)…

#12 tangocav (93) – lettore 

il 19.04.10 alle ore 10:20 scrive:

Fini ha capito troppo tardi che quello fra F.I e A.N. era un abbraccio mortale per il suo partito. La miopia ingenua che gli ha fatto pensare di salire sul “carro del vincitore” e da lì portare avanti i propri valori, senza considerare che la nuova formazione politica è un enorme contenitore, capace di attirare milioni di voti, ma i cui contenuti all’interno sono pressocchè scomparsi, fagocitati dalla vibilità del “Leader”. E questo calcolo mai fu più sbagliato, perchè lo ha costretto ad allearsi con la Lega, che rappresenta quanto di più contrario ci possa essere dai valori della destra di Fini. Peraltro adesso è troppo tardi per fare un passo indietro, perchè molti dei suoi uomini all’interno del Pdl, ci stanno benissimo, con i privilegi che ne derivano, con le vittorie che si susseguono, con tutte quelle giovani ragazze che circolano ecc ecc. Mi viene da pensare allo sforzo che fece Ulisse nell’Odissea, quando portò via suoi uomini da Circe, che trasformava gli uomini in maiali.

Published in: on 19 aprile 2010 at 1:20 PM  Lascia un commento  
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Qui si parla di ogm

http://www.corriere.it/cronache/10_aprile_14/bressanini-banana-ogm_97363262-47de-11df-ac43-00144f02aabe.shtml

Published in: on 15 aprile 2010 at 1:26 PM  Lascia un commento  
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Dal pensiero all’azione? Il tassello mancante nella proposta di Nadia Urbinati

Questa catena di pensieri parte da un’analisi di Ricolfi, secondo cui le regioni in cui aumentano i voti per la lega sono quelle che cedono più ricchezza alle altre regioni. Se ne deduce che chi vota lega non lo fa principalmente per ignoranza o razzismo, ma poiché vuole tenere quante più risorse per sé e la propria famiglia, intorno al proprio cortile. Si tratta di egoismo razionale nel senso economico standard. (Questo post è un follow up del post precedente)

Prendiamo l’analisi di Ricolfi per buona, e accettiamo quello che essa suggerisce come ipotesi di partenza. Se le cose stanno davvero così, alcune tra le  altre analisi apparse in questi giorni appaiono meno convincenti. In particolare quelle di Panebianco, Calabresi, e Diamanti che attribuiscono il successo della lega a ragioni piuttosto diverse dal nudo fattore economico  (le trovate tutte riassunte nel post di Fabio Chiusi).

E’ invece compatibile, per quanto strano possa sembrare, con molte delle considerazioni di Nadia Urbinati, apparse in un articolo che Fabio non cita, nonostante sia apparso su Repubblica.

Tra le altre cose, Nadia Urbinati parla  esplicitamente di “ideologia”, ovvero una “componente indispensabile nel discorso politico democratico”.  Arriva a sostenere che sia necessaria una leadership “che sappia proporre una narrativa politica, un progetto di governo migliore”.

Quest’aspetto della proposta di Nadia Urbinati è coerente con la teoria da cui siamo partiti secondo cui l’elettore che vota lega si comporterebbe come un agente razionale egoistico. Se la base del voto alla Lega vi è la soddisfazione razionale di preferenze egoistiche, l’unico modo per cambiare tale voto è attraverso una trasformazione di tali preferenze che può venire solo da una trasformazione dei valori del soggetto (a meno che non si voglia puntare sull’irrazionalità – una strategia miope, oltre che abbietta). L’obiettivo è cambiare la funzione di utilità dell’agente rendendo attraenti obiettivi non strettamente egoistici, propugnando valori altruistici o di giustizia. L’idea di una trasmutazione dei valori fornisce il punto d’aggancio con l’analisi della Urbinati sull’importanza della narrativa e dell’ideologia, che sono appunto tra gli strumenti che incidono sui giudizi di valore (non come un lavaggio del cervello, ma partendo da valori di giustizia e altruismo a cui la gran parte di noi fa appiglio, almeno in alcuni aspetti della propria vita e in modo incoerente).

Tuttavia vi è un elemento molto importante che la Urbinati tralascia di considerare. L’idea di tornare all’ideologia ha due aspetti, uno buono e uno cattivo. Quello buono è l’idea che le persone possano cambiare i propri giudizi di valore particolari, magari partendo da valori in cui già creadono, realizzando in pieno la loro portata. Quello cattivo è che, messa così, sembra che la Urbinati voglia trovare un modo per “addomesticare” o “rendere docili” elettori della lega che spesso sono operai, e  che quindi, probabilmente, godono di un tenore di vita già di per sé inferiore e non di poco a quello di altri cittadini.

Il punto è che gli elettori della lega della classe operaia sono difficili da biasimare. E’ facile predicare principi universalistici  (generosi) quando si ha la pancia piena. Ma per un cittadino italiano che fa parte delle fasce socio-economiche più disagiate è normale essere a disagio di fronte alla pretesa di sopportarei il peso di principi che si vorrebbero universali.

Il punto è questo elettore è stato preso in giro da molto tempo da uno stato che spesso utilizzava tali fondi per arricchire i politici o le loro clientele (quando lo stato non preleva i soldi dagli stipendi dei poveri, direttamente, li preleva dalle aziende, riducendone il potenziale di espansione, quindi la domanda di lavoro, e quindi, per la legge di domanda e offerta, riducendo indirettamente gli stipendi degli operai).

Inoltre l’elettore operaio della lega si può chiedere: perché devo contribuire anche io alla “universalità”, se sto già molto peggio di altri? (Tra l’altro,  alcuni di questi che stanno meglio sono insegnanti, impiegati, quadri, tipicamente persone con un titolo di studio, e che, guarda caso, votano prevalentemente centro-sinistra).

Risulta difficile biasimare l’operaio che vota lega per il suo egoismo (anche se in parte bisognerebbe farlo). Il punto è che l’operaio diventa agente egoista razionale per autodifesa, dato che si rende conto di non avere abbastanza, poiché c’è chi ha molto di più di lui e spesso senza meriti apparenti; e quindi l’operaio si sente trattato ingiustamente, e vota lega a muso duro per difendere quel poco che gli resta e con ciò anche la propria dignità rispetto a una distribuzione della ricchezza che gli può apparire (a torto?) ingiusta.

E’ abbastanza notevole che tale elemento non compaia da nessuna parte nell’analisi di Nadia Urbinati. E’ un elemento importante, che ha implicazioni su come va affrontato il problema.

Passiamo dunque dall’analisi (pensiero) alla strategia (azione). In base all’analisi sopra delineata, la strategia per contrastare l’ascesa della Lega è la seguente:

1. governare bene, riducendo gli sprechi e ascoltando il territorio,

2. proporre politiche di redistribuzione del reddito o comunque del dislivello di tenore di vita e opportunità per gli italiani con le occupazioni meno remunerative, a scapito di quelli con le occupazioni più remunerative o soddisfacenti. Questo implica probabilmente ridurre la qualità della vita di alcuni di quelli che al momento votano in maggioranza a sinistra, oltre che di una minoranza di ricconi (che oltretutto siamo costretti a tutelare maggiormente in quanto ha in mano i capitali e la capacità di fare impresa, e quando sta male fa soffrire tutti gli altri).

3. propugnare una ideologia e una narrativa che metta al centro valori di benevolenza universale, altruismo, e specialmente equità

Non si tratta quindi di un doppio binario, come sostiene Nadia Urbinata, ma piuttosto ti un tridente.

Published in: on 9 aprile 2010 at 12:09 AM  Lascia un commento  
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Eppur non sono OGM

Scienziati ottengono un eccezionale raccolto di pomodori

Published in: on 8 aprile 2010 at 9:05 AM  Lascia un commento  

Le ragioni alla base del successo della lega

Prendo spunto dall’ottimo post di Fabio Chiusi. Tra le analisi degli opinionisti “di grido” citata da fabio trovo quella di Ricolfi sulla Stampa la più interessante e, al tempo stesso, preoccupante.

In sintesi, Ricolfi parte dalla correlazione tra quello che lui chiama “tasso di penetrazione” della lega (che non è esattamente la percentuale di voti che prende, sembrerebbe, ma più la tendenza a conquistare nuove fette di elettorato)  e il grado di credito o debito di ciascuna regione nei confronti delle altre:

“Le regioni a maggiore penetrazione leghista sono le regioni più produttive del Paese, quelle che «tirano la carretta» e sono quindi in forte credito con buona parte delle altre (circa 55 miliardi di euro all’anno). Le regioni a media penetrazione della Lega – Toscana e Marche – sono anch’esse in credito ma in misura meno drammatica. Le regioni a bassa o nulla penetrazione della Lega (Liguria, Umbria, Lazio e Mezzogiorno) sono in debito con tutte le altre.”

Se – e aggiungo se- l’analisi di Ricolfi è corretta, le conseguenze da trarne sono abbastanza radicali:

1) altro che parlare al cuore, sentimenti, altro che voto di pancia… la correlazione su cui l’analisi di Ricolfi getta luce suggerisce che alla base del voto per la lega vi è un processo che segue le regole della razionalità economica nel senso classico (congiunta a tanta cattiva informazione – ma la cattiva informazione – come sappiamo, non è irrazionalità). Se veramente vi è una correlazione tra la misura in cui un una regione è in debito o credito con le altre e l’affermazione della lega, questo suggerisce che, l’elettore, anche quando vota “con la pancia”, segue consciamente o inconsciamente uno stretto calcolo razionale. Infatti

1)Per l’elettore della regione “in credito”, è egoisticamente razionale preferire che le tasse e i tributi riscossi localmente vengano usati localmente (al netto dei costi di implementazione della riforma, che fanno parte dell’informazione che si ignora, non per cocciutaggine me per la incertezza del tipo di informazione in questione, e quindi in questa analisi non conta)

2) Il programma fondamentale della lega (uno dei pochi riconoscibili e coerentemente avvocati – se non perseguiti – dello scenario politico) è quello del federalismo, in particolar modo fiscale, ovvero le tasse e i tributi riscossi localmente devono essere usati localmente

Ergo:  per il cittadino che mira al suo interesse egoisticamente inteso è razionale votare la lega.

Il risultato è quantomeno sbalorditivo. In parole povere, la teoria che spiegherebbe meglio il successo della lega sarebbe la tanta vituperata teoria dell’agente razionale egoistico alla base della teoria economica standard e della teoria dei giochi. Per di più, e in contraddizione con la vulgata popolare di sinistra, l’elettore della lega si rivela non certo uno stupido, anzi sfacciatamente razionale. Non uno stupido quindi, ma semmai egoista (o in debito di informazioni, ma senza alcuna colpa di ciò).*

Inoltre la teoria è coerente con l’affermazione della lega nelle classi popolari. Per quanto la virtù non dipenda dal portafoglio, è difficile negare che è più facile essere generosi con la pancia piena, che con la pancia vuota.

*NB l’elettore della lega può essere considerato un po’ credulone poiché pensa che il federalismo fiscale in italia porterà a un risparmio netto, al netto dei costi della riforma, e nel contesto italiano. Ma alla fine, solo con la palla di cristallo qualcuno potrebbe escludere che ciò sia possibile – e viste le alternative scommettere in un risparmio è comunque razionale.

Published in: on 7 aprile 2010 at 10:57 PM  Comments (1)  
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Che ministro intelligente!

Premessa: non sono affatto integralista nei confronti di McDonald, anzi non è certo una delle opzioni peggiori se si hanno pochi euro da spendere e molta fame (almeno se si selezionano alcune pietanze particolarmente semplici, che tra l’altro è difficile trovare nei menù McDonald fuori dall’Italia).

Detto questo… il patrocinio del Minister mi sembra un riconoscimento notevole e francamente inappropriato. Mi sono stupito che nessun giornalista italiano avesse portato il fatto all’attenzione pubblica (quanto sono ingenuo… mi stupisco ancora!). Oggi, finalmente, il Corriere (che a quanto pare non dispone di un giornalista disposto a scrivere un pezzo sulla questione) si limita a segnalare un post di un giornalista gastronomico inglese, forse spinto dal fatto – questo sì notevole! – che il Ministro in persona (Zaia, della Lega) abbia risposto di proprio pugno alle critiche dell’esperto inglese.

Ed ecco la risposta del Ministro:

Dear Editor, I wasn’t at all surprised by the article by Matthew Fort that appeared on the Guardian’s website yesterday. What surprised me was its distasteful tones; however, unfortunately, we are now more than used to the vulgarity of some media and even of a certain kind of politics. The left wing, with its loudspeakers, persist in baying at the Moon, finding themselves further away from the real problems and fenced in their own sterile moral orthodoxy, which impairs any kind of development and hinders a clear vision of reality. With regret, we are forced to deliver bad news to this kind of left: Stalin is dead. And we can safely bet he never set foot in a McDonald’s. On the contrary, this is something that thousands of European youngsters do every day. At the same time, thousands of European farmers are facing the consequences of the worst economic crisis since ’29. McItaly will bring to the Italian farmers three million and 448 thousand Euros of additional income per month. It will also enable McDonald’s clients to eat a healthy burger made with PDO and PGI ‘Made in Italy’ products. We hope this will convince them to forget about junk food and choose a healthier and better quality food. We are sure it will work. Then, we will become modern Jesuits and try to “convert the infidels” of the left, who have never dirtied their hands by working in the fields. They are the same people who, after preaching against those who – like me – work to ensure quality as a right for everybody instead of a luxury for élite consumers, run towards the ‘Organic Food’ aisles of supermarkets with their heavy wallets and light consciences.

Luca Zaia Minister of Agriculture Food and Forestry Policies

Quanto a me, sottoscrivo al 100% l’analisi di questo commentatore:

bergamo bergamo

30 Jan 2010, 3:44PM

the comment by Minister Zaia is a typical example of the pettiness and, frankly, low intellect of Berlusconi’s ministers.

His statement that he is the object of vilification because he is from the right and the Guardian from the left shows his utter inability to respond with arguments to an argument. He can’t. He is not clever enough.

He claims farmers will get more than 3 million ? monthly from McDonald. Big deal. Each farmer will get what? And has he asked himself how much the whole Italian food system will be penalized by anointing McDonald as a true Italian food? I would be surprised if he has. He is not clever enough.

After all, to become one of Berlusconi’s ministers you need either a good tongue — long enough to keep it where it belongs — or a nice ass if you are a woman. Or a good law degree, as most of his lawyers are in Parliament now.

His snide remarks that the left seems unaware of the fact that Stalin is dead is another example of his senseless babble. What does Stalin have to do with McItaly, pray? The left, sir, loves freedom, not the one you claim you defend but undermine any time you can.

ma anche quello che leggo qui, e qui

Una delle cose che mi preme di più sottolineare è che stiamo parlando dello stesso Ministro che porta avanti una crociata contro gli alimenti OGM (vedi qui e qui). Sarei curioso di sapere quali basi scientifiche ci siano per sostenere che un insalata di verdure condita con un po’ di olio, tutto OGM, faccia più male alla salute italiana di un panino McItaly a base di prodotti OGM-free, magari anche biologici, prodotti in Italia.

La sensazione è che il Ministro dell’agricoltura abbia a cuore solamente gli interessi dei piccoli e medi produttori agricoli di cui cerca il voto. Non certo la salute degli Italiani.

Published in: on 4 febbraio 2010 at 6:12 PM  Comments (2)  
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