Ebbene devo ammetterlo, da bambino cresciuto nell’ateismo scientista, ex simpatizzante del partito radicale, provai piacere a leggere la sentenza della corte europea dei diritti umani sul crocifisso nelle aule. Mi scaldai nel leggere i commenti dei politici e quelli lasciati dai lettori dei giornali. Molte idiozie di una presunta cultura cristiana maggioritaria capace di esprimersi solamente come attaccamento a simboli identitari. E poi esternazioni, anche di politici importanti, negazioni della possibilità dell’esistenza di qualcuno come me. Poi commenti di persone “laiche come me”. Ricordavano alcuni punti fermi: innegabili fondamenti della nostra costituzione, il patto che ci lega tutti assieme come cittadini. L’eguaglianza di tutte le religioni davanti alla legge. La separazione tra stato e chiesa. Tutte cose sacrosante. Principi importanti, alla base di una convivenza tra eguali. La sentenza gettava luce sulle implicazioni di tali principi, e quindi sul loro significato. Ma poi sono passati alcuni giorni e ho cercato di astrarmi da sensazioni e emozioni di natura identitaria. La prima cosa che ho iniziato a dubitare è stata la sensatezza dell’oggetto del presunto godimento o fastidio, il prendere posizione rispetto a una “battaglia” pro o contro il crocifisso nella aule. Ho pensato: provo a passare dal mondo della teoria e dei simboli alla situazione concreta in cui mi trovo. Il mondo è pieno di storture. L’Italia è piena di storture. La questione del crocifisso è una distrazione. E’ l’ennesimo pretesto per scannarsi tra simili, magari con gli stessi valori, diversi in relazione alla sensibilità sui temi legati alla dimensione della religiosità. Il caso di Eluana, si potrebbe dire, era un caso simile. Non sono d’accordo. Nel caso di Eluana la dignità di una, anzi di almeno due persone era in ballo. E’ questa dignità che rendeva il caso Eluana importante. POi, ovviamente, la battaglia ha creato una dimensione simbolica più alta. Ma ciò che dava dignità alla battaglia era quella dignità di persone in carne e ossa. Si può sostenere la stessa cosa in riferimento alla questione del crocifisso? Beh, forse in teoria è possibile, ma le prove a favore di tale tesi sono al momento quantomeno scarse. Andiamo a vedere le motivazioni della denuncia che ha portato alla sentenza. Mi affido alla mia memoria e a quello che hanno riportato i giornali: entrambi potrebbero ingannare. Se ho capito bene, la motivazione della denuncia sarebbe la seguente: un padre vorrebbe impartire al figlio una educazione basata su principi di razionalità e di scientificità. Vorrebbe insegnargli, parrebbe, che la specie umana si è venuta a formare attraverso la selezione naturale e non per la creazione di un dio. Sosterrebbe che il Crocifisso appeso a scuola minerebbe la autorevolezza della sua versione in contrapposizione a versioni contrapposte, che vengono impartite all’interno di aule e rese più autorevoli da tale elemente dell’arredo. Ma è plausibile tutto questo? Dubito che il figlio abbia sentito parlare di teorie creazioniste (non siamo nel sud degli USA), se non in termini di elemento di una cultura e di un percorso storico da analizzare e capire, e non come verità di ragione o di fede (assumo che il figlio non segua l’ora di religione, che del resto è facoltativa). Ma anche se fosse, è plausibile che il crocifisso appeso nelle aule possa contribuire all’autorevolezza o meno di una tesi enunciata da una persona al suo interno, nel tipo di contesto che conosciamo? Se il problema si limitasse a casi come questi, mah, il crocifisso non rappresenterebbe un autentico problema. Il problema potrebbero averlo, semmai, membri di altre religioni come quella islamica, la più importante religione minoritaria (escludendo gli adoratori della g…) Forse la maggioranza dei cittadini di fede islamica ha problemi con il crocifisso esposto nella aule, ma non mi pare ci siano prove schiaccianti a favore di tale tesi. Mi pare di ricordare una denuncia in senso simile da parte di un cittadino che si descriveva di fede musulmana, ma se mi ricordo bene rappresentanti di associazioni religiose islamiche ben più rappresentative avevano ribadito di non condividere le posizioni personali di tale individuo. Forse l’assenza di denunce in massa si spiega con la paura di essere additati come nemico pubblico numero uno, ma forse si spiage semplicemente così: ai cittadini di fede islamica, il crocifisso non da fastidio. E lo stesso vale per i cittadini di fede Buddista etc. Rimane sempre il fatto che, dal punto di vista del diritto e delle filosofie politiche che ritengo più plausibili, la presenza di un simbolo religioso come il crocifisso all’interno degli edifici pubblici risulti semplicemente priva di senso. Come pure sbagliati risultano gli argomenti in base ai quali chi è nato in Italia sarebbe necessariamente (in virtù di una qualche forma misteriosa di necessità) cristiano o cattolico by default, o comunque qualcuno che deve necessariamente riconoscere nel crocifisso valori che condivide. E tuttavia: che valore hanno queste presunte verità morali, nel contesto in cui viviamo? Che senso ha battersi per esse, se così facendo si aumenta soltanto il livello di livore, di tensione e di astio tra cittadini? SE non si parla dei valori che la laicità dovrebbe promuovere? Se la sentenza fa comodo soltanto ai politici più cinici che guadagnano dall’aumento dell’intolleranza? Che senso ha, per un intellettuale o uno studioso di filosofia politica, gioire per un evento del genere? Dirsi a suo favore? Rilasciare dichiarazioni? Scrivere editoriali? A volte il piacere di avere ragione si scontra con ben altri dispiaceri.